Salta al contenuto principale

Arcigay Queer Vda André Zanotto

Il nemico immaginario

“Woke” significa letteralmente restare svegliə, non abbassare la guardia: mantenere alta l’attenzione sulle ingiustizie e reagire quando diritti e libertà vengono messi in discussione.

Eppure, da anni, le destre trasformano questa parola in un nemico immaginario. Un po’ come nel paradosso di Magritte: ciò che viene rappresentato non coincide con ciò che è. Il “woke” raccontato dalla propaganda è una caricatura costruita per fare paura.

Ne abbiamo parlato anche con Sara Garbagnoli, studiosa delle campagne anti-genere: cancel culture, “ideologia gender”, anti-woke. Narrazioni diverse, stesso meccanismo. Le lotte transfemministe, LGBTQIA+ e antirazziste vengono descritte come una minaccia alla libertà, alla famiglia, al “buon senso”.

Ma non c’è nessuna ideologia occulta. Ci sono persone che chiedono libertà, autodeterminazione, uguaglianza e diritti.

Essere woke significa anche rifiutare la falsa contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. Quando una persona LGBTQIA+ viene discriminata sul lavoro, quando una persona trans incontra ostacoli nell’accesso a una casa o a un’occupazione, quando una donna subisce disparità salariale, quel confine semplicemente scompare.

La discriminazione ha conseguenze concrete: sul reddito, sul lavoro, sulla casa, sulla salute, sui diritti riproduttivi, sulla famiglia, sulla possibilità di costruire liberamente la propria vita.

Parlare di salari, welfare, sanità, istruzione pubblica, precarietà e redistribuzione è fondamentale. Ma lo è anche parlare di identità, parità di genere, linguaggio, colonialismo, imperialismo, machismo e sessismo.

Non accettiamo l’idea che per tornare a parlare di giustizia sociale si debba parlare meno di diritti civili.

Non esiste giustizia sociale senza libertà personale ed equità.

I diritti non si mettono in classifica.
Si conquistano, per tuttə.
Si difendono, per tuttə.
Si vivono, insieme.