Di fronte all’omicidio di Mirko Moriconi e di sua madre Kety Andreoni, uccisə a Camaiore, non basta parlare di follia o di tragedia familiare. Sarebbe una semplificazione che assolve tutti.
La violenza non nasce mai nel vuoto. Cresce e si rafforza in una società che legittima il disprezzo e normalizza l’esclusione; un clima alimentato anche da un linguaggio politico sempre più aggressivo, che indica come bersagli le persone LGBTQIA+, le donne, le persone migranti, chiunque non rientri in un’idea ristretta e imposta di normalità. Tuttə diventano “alieni”, “fuori norma”, “estranei”; come tali, sacrificabili. Il corpo, la vita altrui sono, oramai, sdoganate come luoghi di violenza senza nessun limite, né rispetto.
Quando chi governa o rappresenta le istituzioni, o persino vorrebbe rappresentarle, usa parole che svalutano, ridicolizzano o disumanizzano, contribuisce direttamente a costruire il terreno su cui la violenza attecchisce. Le parole non sono mai neutre: preparano, giustificano, rendono accettabile ciò che non può esserlo. La guerra inizia sempre dalle parole.
La violenza omofoba non è un dettaglio, non è una sfumatura: è un’aggravante. È il segnale di un sistema che colpisce sempre le stesse persone, più esposte e vulnerabili, che non hanno potere né diritto di parola. In questo caso, una donna e una persona LGBTQIA+: due categorie che continuano a pagare il prezzo più alto in termini di sicurezza, libertà e dignità.
Nel 2022 Mirko scrisse: «Brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay». Oggi quelle parole non sono solo una testimonianza personale: sono un atto d’accusa collettivo.
Quando chi dovrebbe proteggere esercita, all’opposto, violenza, non siamo davanti a un fatto privato. Siamo davanti al fallimento di una società che giustifica l’odio, che non contrasta la cultura colonialista della sopraffazione, che lascia spazio a modelli basati sul controllo, sul rifiuto, sulla negazione e sulla cancellazione dell’identità altrui, con qualsiasi mezzo.


